<< SICUREZZA NELLA PRATICA MEDICA




CRITICITÀ NELLA GESTIONE DEI FATTORI DI RISCHIO CLINICO: UN'ANALISI BASATA SULL'ESPERIENZA DELLE FAMIGLIE



> PREMESSA E SCOPO

> FATTORI DI RISCHIO
> FATTORI ECONOMICI
> FATTORI ORGANIZZATIVI
> FATTORI NORMATIVI
> FATTORI CULTURALI E PROFESSIONALI
> CONCLUSIONI
> BIBLIOGRAFIA
> ADERISCONO AL DOCUMENTO
> APPENDICE
> Lettera dell'ABC al Ministro della Salute (PDF 64Kb)


FATTORI CULTURALI E PROFESSIONALI
L'efficacia di un sistema di gestione del rischio clinico è strettamente legata alla capacità di far emergere tutte le situazioni che hanno causato (o potevano causare) danni ai pazienti; a questo fine risulta essenziale la segnalazione spontanea degli eventi dannosi da parte degli operatori (incident reporting) che può essere ottenuta solo attraverso un radicale cambiamento culturale. In particolare occorre fare riferimento a una cultura in cui:
  • l'etica della convinzione, basata su principi personali, è sostituita dall'etica della responsabilità, che valuta in modo preciso e attento le conseguenze delle proprie azioni;
  • gli incidenti diventano occasione di riflessione e di apprendimento: considerare gli eventi dannosi in relazione alle cause che li hanno prodotti è una grande opportunità per affinare le capacità cliniche del personale e per ottimizzare i servizi, i supporti e gli ambienti di lavoro;
  • l'approccio all'errore è basato sui principi del miglioramento continuo dell'intera organizzazione, piuttosto che sull'identificazione e punizione del colpevole, anche se comportamenti negligenti o imprudenti devono essere perseguiti.

Anziché favorire questa impostazione, le attuali modalità di gestione degli “errori clinici” e dei contenziosi con i pazienti, oltre a pregiudicare i rapporti tra cittadini e Istituzioni, promuovono invece la diffusione tra il personale sanitario delle seguenti culture:

La “cultura penalistica” – ogni comportamento non penalmente perseguibile è corretto – e la “cultura della de–responsabilizzazione” – gli “errori” sono risolti dall'assicurazione.
é diffusa una visione strettamente penale e risarcitoria della responsabilità professionale. Questo concetto è in alcuni medici cos“ radicato da essere invocato pubblicamente per giustificare comportamenti professionalmente discutibili. È stato recentemente affermato, ad esempio, che nessuna responsabilità può essere imputata a un medico per la mancata esecuzione di un esame ecografico, in quanto un intervento tempestivo non avrebbe comunque scongiurato un tragico esito per il feto. Questa affermazione, se dimostrata, può essere rilevante ai fini penalistici. Ma altri sono i criteri e i quesiti a cui attenersi per una valutazione sul piano professionale: sono stati eseguiti tutti gli accertamenti richiesti dalla specificità del caso? La gravidanza è stata seguita con adeguata attenzione? La sofferenza del feto poteva essere rilevata per tempo? Gli Organi preposti non possono non ricercare le cause di quella che appare come una grave omissione.
Un approccio alla cura che non distingue il piano penale da quello professionale, e che arriva all'assurdo di dichiarare corretto ogni comportamento non penalmente perseguibile è estremamente pericoloso.

La “cultura del valore relativo della vita umana”
Non sono rare le occasioni in cui le famiglie hanno avuto motivo per dubitare l'accettazione da parte di alcuni medici di questo principio fondante della nostra Società.
Per giustificare un comportamento superficiale, un medico ha recentemente dichiarato alla stampa: “se il piccino non fosse morto, sarebbe rimasto cerebroleso”, esprimendo in tal modo un giudizio negativo sul valore della vita delle persone con danni cerebrali. Nessuna smentita ufficiale ha fatto seguito a tale grave dichiarazione.
Non possiamo accettare che un professionista chiamato a tutelare la vita e la salute dei pazienti invochi a sé il diritto di decidere quali persone vale la pena curare, e quali devono invece auspicare una morte risolutrice. Questa cultura è estremamente pericolosa per i pazienti, ed è di certo in conflitto con i principi di “rispetto della vita, della salute fisica e psichica, della libertà e dignità della persona” che stanno alla base del Codice Italiano di Deontologia Medica (1998).




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